Gogna mediatica e social: il confine tra critica, responsabilità e condanna collettiva

Una riflessione professionale sul confine tra critica e gogna mediatica, sulla forza della folla digitale e sulla responsabilità di chi comunica.
Un recente approfondimento di Geopop dedicato alle shitstorm mi ha portato a fermarmi su un tema che, per chi lavora nella comunicazione digitale, non può essere osservato da lontano.
Scrivo queste righe da operatore dei social media e da amministratore di una società di comunicazione. La gestione dei canali digitali rappresenta una parte importante del nostro lavoro e del nostro fatturato. Non sono, quindi, un osservatore esterno e non ho alcun interesse a descrivere i social come il male assoluto.
Al contrario, ne conosco bene le opportunità.
I social permettono a un’impresa di raccontarsi, a una comunità di organizzarsi, a una persona di far conoscere il proprio lavoro. Possono diffondere conoscenza, creare relazioni, dare voce a chi prima non ne aveva.
Proprio perché ne conosciamo il valore, però, abbiamo il dovere di parlare anche della loro parte più delicata.
Parlare dei rischi della comunicazione digitale non significa essere contrari all’innovazione. Significa esercitare responsabilmente il nostro mestiere.
Una tecnologia nuova per un comportamento antico
La gogna non è stata inventata da internet.
Per secoli, la punizione pubblica ha avuto lo scopo di esporre una persona allo sguardo, al giudizio e all’umiliazione della comunità. Le gogne e i ceppi furono utilizzati in Europa, dal Medioevo fino al XIX secolo, proprio come strumenti di punizione attraverso la pubblica umiliazione.
La piazza aveva un confine. La folla aveva una dimensione fisica. La punizione, per quanto crudele, aveva almeno un tempo e un luogo.
Oggi non abbiamo più bisogno di immobilizzare un corpo al centro di una piazza. È sufficiente immobilizzare una persona dentro uno screenshot, una frase, un errore o un sospetto.
La piazza è diventata il feed.
La folla non deve essere presente nello stesso luogo. Può arrivare da ogni parte, in qualsiasi momento. Il giudizio può essere copiato, rilanciato, commentato e conservato. La ricerca sull’online shaming descrive proprio questa capacità della rete di trasformare singole reazioni in una forza collettiva, priva di confini geografici, spesso senza proporzione e senza un momento preciso nel quale la punizione possa considerarsi conclusa.
La dinamica è antica. La potenza dello strumento è nuova.
Criticare non significa mettere alla gogna
È importante chiarire un punto: contrastare la gogna mediatica non significa chiedere silenzio, indifferenza o impunità.
La critica è necessaria.
Un comportamento scorretto può e deve essere discusso. Chi occupa una posizione pubblica deve poter rispondere delle proprie scelte. La rete ha anche permesso di portare alla luce ingiustizie che altrimenti sarebbero rimaste nascoste e di rendere più difficile ignorare alcuni abusi di potere. (PLOS)
Ma la critica e la gogna non sono la stessa cosa.
La critica esamina un comportamento. La gogna divora una persona.
La critica chiede spiegazioni. La gogna cerca un colpevole da esporre.
La critica può essere dura, documentata e persino scomoda. La gogna perde il rapporto con i fatti e trasforma un errore, vero o presunto, nell’intera identità di chi lo ha commesso.
Soprattutto, la critica conserva una misura. La gogna non conosce una fine.
Nella gogna digitale non è più sufficiente dire che una persona ha sbagliato. Si comincia a sostenere che quella persona è il proprio errore. Si passa rapidamente dal giudizio su un’azione agli insulti sull’aspetto, sulla famiglia, sul lavoro, sulla vita privata.
A quel punto non stiamo più cercando responsabilità.
Stiamo cercando una punizione.
Dietro uno schermo ci sentiamo più forti
Lo schermo riduce la distanza fisica ma, paradossalmente, può aumentare quella emotiva.
Non vediamo il volto della persona che riceverà il nostro commento. Non osserviamo la sua esitazione, il suo disagio o la sua paura. Non dobbiamo sostenere il suo sguardo.
Lo studioso John Suler ha definito questo fenomeno effetto di disinibizione online: anonimato, invisibilità, comunicazione differita e minore percezione dell’autorità possono portarci a esprimerci in modo più intenso o aggressivo di quanto faremmo di persona.
A questo si aggiunge l’effetto della folla.
Ogni singolo commento ci sembra piccolo. Una frase di poche parole, destinata a scomparire tra migliaia di altre. La responsabilità individuale sembra dissolversi: “Lo stanno dicendo tutti”, “Il mio commento non farà la differenza”, “Se ha sbagliato, se l’è cercata”.
Eppure, dall’altra parte dello schermo, la persona non riceve un commento alla volta.
Riceve la somma.
Una ricerca sull’online shaming ha trovato associazioni tra la partecipazione alle gogne digitali e fattori come il desiderio di mostrare la propria superiorità morale, il disimpegno morale, il vigilantismo sociale e la disinibizione online. Nello stesso studio, l’empatia è emersa come un possibile fattore protettivo rispetto alla volontà di partecipare alla gogna.
Questo non significa che chi scrive un commento critico sia necessariamente una persona aggressiva o priva di valori.
Anzi, spesso accade il contrario.
Possiamo partecipare a una gogna proprio perché siamo convinti di stare difendendo un valore. Ci sentiamo dalla parte giusta, pensiamo di contribuire alla giustizia e smettiamo di domandarci se il nostro comportamento sia ancora coerente con i principi che vogliamo difendere.
L’indignazione ci fa sentire moralmente forti.
Ma sentirsi dalla parte giusta non rende automaticamente giusto tutto ciò che facciamo.
Dall’altra parte c’è una persona reale
La parola “virtuale” può essere ingannevole.
Virtuale è il luogo nel quale avviene la comunicazione. Non lo sono le conseguenze.
In un esperimento pubblicato nel 2025, condotto su 128 adulti, l’esposizione a commenti negativi sui social ha prodotto un aumento significativo dell’ansia e un peggioramento dell’umore rispetto ai commenti neutrali o positivi. I partecipanti più giovani hanno mostrato una risposta ansiosa più intensa.
Questo non significa che ogni commento negativo provochi necessariamente un danno grave. Significa, però, che il tono delle interazioni online può avere effetti psicologici reali e che noi non conosciamo quasi mai la condizione personale di chi le riceve.
Non sappiamo cosa stia vivendo.
Non conosciamo la sua fragilità, il suo contesto familiare, la sua salute o gli strumenti che possiede per affrontare un’esposizione improvvisa.
La ricerca documenta inoltre come la gogna online possa oltrepassare lo schermo, trasformandosi in perdita del lavoro, isolamento, minacce, persecuzione o molestie nella vita quotidiana.
La persona che vediamo sul display non smette di esistere quando chiudiamo l’applicazione.
Il rischio di un’estinzione digitale
Uso l’espressione “estinzione digitale” in senso volutamente metaforico.
Non mi riferisco alla scomparsa dell’umanità per mano della tecnologia. Mi riferisco alla possibile scomparsa dell’umanità dentro la tecnologia.
È l’estinzione del dubbio. Del contesto. Dell’empatia. Del diritto di spiegarsi, correggersi e rimediare.
L’essere umano diventa particolarmente pericoloso quando riesce a moltiplicare un impulso individuale attraverso uno strumento collettivo, senza vedere il volto di chi ne subirà gli effetti.
La tecnologia permette a una reazione di diventare immediatamente azione. Alla rabbia di diventare pubblicazione. Al sospetto di diventare accusa. All’accusa di diventare sentenza.
E nella folla la responsabilità si distribuisce fino quasi a scomparire.
Tutti hanno aggiunto qualcosa, ma nessuno sente di aver provocato il risultato finale.
L’estinzione digitale non è la fine della tecnologia. È la scomparsa dell’umanità dalla relazione digitale.
La responsabilità di chi comunica per professione
Chi lavora nella comunicazione ha una responsabilità ulteriore.
Noi scegliamo i titoli. Selezioniamo le immagini. Decidiamo quali passaggi mettere in evidenza, quali commenti lasciare visibili, quali conversazioni moderare e quali contenuti rilanciare.
Conosciamo il peso di una parola e sappiamo quanto una formulazione possa orientare la lettura di un fatto.
Per questo non possiamo limitarci a dire: “È ciò che il pubblico vuole”.
I numeri misurano l’attenzione. Non misurano automaticamente la qualità della comunicazione.
Un contenuto può ottenere molte visualizzazioni ed essere, allo stesso tempo, ingiusto, incompleto o dannoso. Un titolo può funzionare molto bene dal punto di vista delle prestazioni e molto male dal punto di vista della responsabilità.
Moderare non significa cancellare il dissenso.
Significa costruire le condizioni perché il dissenso possa esistere senza trasformarsi in degradazione della persona.
Prima di pubblicare o rilanciare un contenuto che potrebbe alimentare una gogna, dovremmo porci almeno cinque domande:
- Conosco i fatti o sto ripetendo una versione?
- Sto criticando un comportamento o attaccando l’identità di una persona?
- Il tono è proporzionato a ciò che è realmente accaduto?
- Questa pubblicazione aggiunge comprensione o soltanto ulteriore rabbia?
- Scriverei le stesse parole guardando quella persona negli occhi?
Non sono domande che impediscono di comunicare.
Sono domande che migliorano la comunicazione.
Fermarsi è un gesto moderno
I social non sono soltanto luoghi di aggressività.
Negli stessi spazi digitali vediamo ogni giorno solidarietà, conoscenza, sostegno e comunità. Lo strumento può unire oppure dividere. Può informare oppure semplificare. Può chiedere responsabilità oppure costruire una condanna.
La differenza non dipende soltanto dalla tecnologia.
Dipende dal modo in cui decidiamo di utilizzarla.
Criticare è un diritto. Chiedere spiegazioni è legittimo.
Segnalare un’ingiustizia può essere necessario.
Ma umiliare non è fare giustizia.
Forse, in una società che ci chiede di reagire immediatamente a tutto, il gesto più moderno e rivoluzionario è anche il più semplice: fermarsi per qualche secondo prima di premere “Pubblica”.
Perché la pietra, oggi, può pesare soltanto pochi caratteri.
Per chi la riceve, però, il suo peso può essere terribilmente reale.








